Sao Mateus - Pico - Azzorre
Non c’era niente di straordinario, in fondo. Solo l’ennesimo giorno di pioggia, come tutti quelli che avevo trascorso alle Azzorre.
Il cielo era un manto uniforme, grigio e basso, e il vento così forte da far sbandare l’auto mentre lasciavo il paese di Madalena, guidando senza meta lungo la costa sud-occidentale.
Eppure c’era qualcosa di ipnotico in quel luogo battuto dagli elementi. La pioggia cadeva insistente, e io non cercavo riparo. Volevo perdermi.
Davanti a me poi si aprì un paesaggio lunare: una distesa immensa di roccia nera, spaccata e viva, che si tuffava nell’oceano. Qua e là, ciuffi di muschio verde brillante punteggiavano l’oscurità, come se la terra, pur così aspra, non potesse fare a meno di offrire un gesto di grazia.
E in lontananza, quasi un’apparizione: una piccola chiesa.
Semplice, severa, solitaria. La parrocchia di São Mateus. Costruita con la stessa pietra nera della terra che la circondava, sembrava un’estensione della roccia stessa, un rifugio scolpito nel tempo. Sopra il tetto, un crocifisso silenzioso si stagliava contro il cielo plumbeo, in ascolto del vento.
C’era qualcosa di sacro, sì, ma non solo religioso. Era il sacro del silenzio, della natura che sovrasta, del sentirsi minuscoli e vivi, ospiti temporanei di un luogo che esiste con o senza di noi.
In quell’istante non pioveva più: cadeva solo bellezza.
