Noi e Gli Altri

Spesso utilizziamo la parola “noi” nei nostri lavori, nel discorso di Loggia, e lo facciamo per indicare una visione comune, promuovere un’azione corale, citare cose che sono ampiamente condivise, riferirci a una vicenda “di tutti”; e spesso ancora lo facciamo “in negativo”, parlando degli “altri”, chiunque essi siano.
Questo concetto, il quale ha stretta attinenza con l’identità, è bene che non presenti zone di equi-voco o fraintendimento e che sia invece compreso nel modo più limpido possibile. Cerchiamo dunque di chiarire ed ordinare le idee, per quanto ne saremo capaci.
Usando il “noi”, non si può prescindere dal fatto che è il plurale di quel “io” che pretende una precisa consapevolezza; quindi, l’utilizzo di questo pronome in modo discorsivo per indicare occasionali aggregazioni, come “noi amici, noi qui presenti, noi colleghi, noi pensionati”, è assolutamente irrilevante rispetto al forte-mente identitario “noi Loggia, noi liberi muratori, noi Fratelli, io persona”. Queste considerazioni aprono quindi alla domanda “chi siamo, noi?”, strettamente correlata a “chi sono io” e, magari, ad un “perché?” Non mi sforzerò nemmeno di tentare un approccio sistematico alla questione, ma cercherò di proporre del materiale da trattare secondo l’Arte e un po’ di metodo, che definirei un criterio di conformità all’Ordine; un termine di paragone che bisogna in qualche misura già possedere per poterlo usare.
Nella formazione di un’identità, l’obiettivo è conoscere (o meglio, riconoscere) chi sono io; tuttavia, quasi sempre è necessario procedere per differenza, definendo chi non sono. Fatto anche questo molto vago, che può comprendere “chi non posso essere, chi non voglio essere, chi temo di essere”, ma che conferma la necessità di un metodo speculativo (il rispecchiarsi negli altri) per giungere alla consapevolezza di sé stessi.
A queste considerazioni dovrebbe presiedere l’aspetto, se non spirituale, almeno intellettuale, scoprendosi “naturalmente” animati da uno spirito e sentendo un legame identitario fraterno con tutti coloro che ugualmente lo sono; una questione di intuito e di sensibilità: riconoscersi figli dello stesso Spirito. Ma perché tutto ciò funzioni, è necessario che l’incarnare questo spirito, sia non solo un’intenzione o una costruzione mentale, ma, almeno in minima parte, un fatto ontologico e reale.
Così impostata la questione, non si tratta più soltanto di un confronto tra me e gli altri, nei quali riconoscermi o meno, ma, con l’introduzione di un principio, un termine di paragone superiore ed unificante, si ha la possibilità di consolidare le coincidenze e dar senso e valore alle diversità. Banalizzando: ogni fratello è un diverso modo di manifestazione degli stessi elementi, ma il risultato – la famiglia (o la Loggia) – è ben più della somma apparente delle parti. Facendo un riepilogo momentaneo, potremmo dire che il “noi” e gli “altri” sono funzionali alla definizione di “io” e magari di “me stesso”. Tuttavia, il “noi Loggia” può assumere aspetti di trascendenza sovra-individuale ed in questo senso va coltivato e valorizzato. Tutto ciò è strettamente correlato all’assunzione di un’identità iniziatica, che comporta il riconoscimento in “alcuni” e la separazione da “tutti gli altri”; un contenuto implicito nell’iniziazione, ma che si rivela in seguito nel morire e rinascere a sé stessi.
Questo è anche alla radice della mentalità settaria: la necessità di discernere, ci obbliga a rinunciare a ciò che non siamo per poter essere quello che veramente siamo. È un passaggio ineludibile, ma l’errore sempre in agguato è il personificare questo meccanismo e pretendere di identificare “chi”, mentre si tratta di un “che cosa”, una mentalità, uno spirito di contraddizione, di cui gli “altri” possono eventualmente essere portatori e vittime, non le cause, che sono universali.
Dato per buono quanto fin qui proposto, chiediamoci che cosa accada quando viene a mancare l’assunzione di quello che, nella nostra particolare accezione, potremmo definire lo Spirito Costruttivo. Non si attiva il meccanismo del rispecchiarsi e riconoscersi, tipico dell’arte speculativa, non ci sono interazioni in ambito spirituale ed intellettuale, ma solo attrazioni o repulsioni, mentali o viscerali. Se tutto si concludesse così, sarebbe un male, ma c’è di peggio; in realtà “io” (o noi) e “gli altri” invece che terreno di confronto e di scambio, diventa il luogo della proiezione negativa: si scarica “fuori da sé” ogni male, l’origine di ogni problema, ogni responsabilità, fingendo di rimanerne così immacolati e rendendo superflua qualunque introspezione. Un facile artificio, ma che fa perdere la capacità di guardarsi allo specchio, in fondo agli occhi.
Resta comunque la necessità di estendere fin dove è possibile il “noi”, assimilando a sé chiunque offra il minimo appiglio e dimostri, in questi tempi difficili, una pur flebile vocazione, e ciò non per “essere in tanti”, ma per vivificare con la presenza attiva, lo spirito costruttivo innato nell’uomo.
Un lavoro a cui lungamente attendere ed il metro per discernere la realtà del mondo, degli altri e soprattutto di noi stessi.

 

Ennio

L’articolo è contenuto nel numero di gennaio 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Un mistico dedica la vita a scrivere su Dio, ma un angelo, pur leggendo i suoi volumi, gli ripete che non ha colto l’essenza. Solo in vecchiaia riceve una rivelazione: un semplice punto su un foglio. Quel punto diventa simbolo dell’origine e della fine, del pieno e del vuoto, del divino che è in ogni cosa e oltre ogni cosa. La vera conoscenza non è concettuale ma vissuta, non è nel dire ma nel sentire. Così, il silenzio e la contemplazione diventano la sua ultima forma di preghiera.

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