Meditazioni e Interrogativi

Immagino che per ogni ricercatore e quindi anche per le adepte del nostro percorso femminile, allorché ci si ritrovi in grado di riscoprire progressivamente la propria parte spirituale, si provi la gioia più grande che possa capitare. Non esiste nient’altro che si possa paragonare a quel senso di completezza, di libertà, di gioia, di felicità, di recupero personale, tramite il quale si possa levare gli occhi al cielo con nuova leggerezza.
Non di rado quando accade, ci si ritrova con una nuova percezione riguardante eventuali, possibili, differenti, situazioni esistenziali, a volte “tangibili”. Si potrebbe dire quindi, che in tali occasioni si è in grado di varcare un portale che consente un’interazione con forze non solo esterne, le quali regolano l’universo circostante. Inoltre, non ci si sente più soli, ma si è oggettivamente accompagnati, seguiti, e se lo si vuole, anche aiutati.
Sappiamo per averlo letto, studiato, ma non di rado anche sperimentato, che la vita terrena si svela soggetta alla dualità. La parte plumbea, opprimente, si caratterizza per essere per lo più, ingrata e faticosa. Però, se lo scopo di questa discesa terrena, fosse quello di ritrovare poi una parte leggera, luminosa, che esistesse in ognuno di noi, allora forse, potrebbe diventare accettabile sopportare il peso di alcune situazioni. Ovviamente, sarebbero comunque da riequilibrare, in relazione alle nostre capacità di lotta e di sopportazione, perché se lasciate andare, alla fine sarebbero distruttive.
Potrebbero essere eccessivamente opprimenti (intoppi, seccature, malattie, blocchi, incidenti, ecc.) in relazione alle esigenze materiali che tendono a tenerci legati, sottomessi alle loro catene nella continua sperimentazione generale di favorire chi riesca ad adattarsi (in modo vincente) ai continui cambiamenti ciclici, alle lotte che non finiscono mai, al susseguirsi di problemi da risolvere, alle scelte da prendere.
Spesso, tutto questo porta ad incattivirsi contro tutto e tutti, a diventare velenosi, arrabbiati, ribelli e ad immaginare che tutto ciò che accade sia sempre colpa degli altri. In alcune circostanze però, in mezzo a tanti problemi, si scopre che si può provare anche empatia, compassione per le disgrazie altrui; forse in tal caso, ci si potrebbe trovare in una sorta di fase interiore, evolutiva.
A volte, non è raro che vivendo accadimenti negativi, possa determinarsi anche una specie di bizzarro distacco mentale. Ci si potrebbe trovare ad osservare le reazioni del corpo che ci ospita, quasi come se non ci appartenesse; come se fosse un estraneo, con tutte le sue fragilità (basta così poco per squilibrare le personali sicurezze). Si tratterebbe di guardare il suo tentativo di adattarsi, il suo dimenarsi, il lottare con tenacia cercando la sopravvivenza fisica. Allorché il dolore superasse la soglia di sopportazione, in alcuni soggetti si potrebbe vedere sorgere il desiderio e la ricerca della possibilità di andarsene.
Però, per chiunque potrebbe risultare di conforto il ricordo di varie citazioni filosofiche che in modo analogico, recitano più o meno così: “tutte le angherie, le disgrazie riguardano il mio corpo materiale, ma nessuno potrà mai togliermi la libertà della mia anima ascendente all’UNO”.
Durante l’esistenza, forse anche più volte, è capitato a qualcuno di essere stato sfiorato dalla fine fisica. Attraverso varie circostanze fortuite, questa non si è poi realizzata e la vita ha continuato il suo percorso. Ad ogni modo, certi episodi fanno prendere in esame, in modo sempre più cosciente, la possibilità della morte e a chiedersi perché in alcune occasioni non sia avvenuta. Così ci si potrebbe trovare ad interrogarsi in merito a quale significato si possa attribuire a quelle situazioni, a chiedersi che cosa si debba ancora affrontare, che cosa si debba ancora capire, cosa realizzare, cosa forse trasmettere.
Tutto questo potrebbe svilupparsi come una sorta di confronto con sé stessi, tendendo a svegliarsi, ad uscire dal torpore, dal sonno di un semplice lasciarsi vivere avviluppati passivamente dalle dinamiche della famiglia, degli affetti, del lavoro, della routine, delle incombenze, delle responsabilità. Queste sono esigenze che assorbono tutte le personali energie, quasi sempre senza uno scopo consapevolmente cosciente e che limitano molti a una sopravvivenza fine a sé stessa, come se fossero immersi in una nebbia che impedisce di avere chiara percezione di sé stessi.
Come accennavo, ad esclusione di brevi momenti, la materialità esistenziale è quasi sempre pesante per tutti. Lotte, guerre per il territorio, per il cibo e per la riproduzione, si conformano alle leggi della natura con tutte le sue catene. Essendosi evoluti in modo sociale, ci si realizza attraverso la specificità che caratterizza un proprio gruppo di appartenenza (in branco si è più forti e vincenti), dove l’indispensabile equilibrio è regolato e mantenuto con quelle che vengono definite leggi oppure con semplici ma forse anche più importanti consuetudini. In tal modo, sia il singolo, che la collettività, si proteggono da chi e da cosa può essere pericoloso per la loro sopravvivenza. A questo punto però, ci si potrebbe interrogare in merito a come mai e quando in un contesto del genere, asservito alle esigenze materiali, possa accadere che sorga un’intuizione riguardante la possibilità che non esista solo ciò che sia percepibile sensorialmente e quindi che se ne senta con crescente intensità, un desiderio di conoscenza, di comprensione.
In tal caso, perché non ci si accontenterebbe più di vivere solo per sopravvivere nel livello materiale? Come si determina un tale particolare disagio?
Ovviamente, per alcuni sussiste da sempre una sete inesauribile di leggerezza esistenziale che li spinge a tentare di realizzare un progetto, un sogno di bellezza, di creatività, in funzione del quale si ambirebbe di potersi sentire anche amati e ricordati. Forse per loro, una spinta particolare a ricercare e ad esplorare ciò che non si conosce, esiste sin dalla nascita.
Tuttavia, quando si inizia chiedersi quale sia lo scopo della vita, la finalità di certe esperienze, cosa occorra imparare, cosa rettificare se si prende coscienza di comportamenti sbagliati, allora non sarebbe male tenere presente la possibilità che esistano anche traumi irrisolti di cui non si abbia affatto consapevolezza.
In un percorso iniziatico come il nostro, lo si deve sempre fare.
D’altronde i suggerimenti mutuabili dall’acronimo ermetico V.I.T.R.I.O.L. ci insegnano che non si può e non si deve più scappare da sé stessi, dall’imperativo per intraprendere un viaggio interiore del nostro Io profondo.
Di conseguenza, diviene inevitabile domandarsi il perché dell’esistenza, di quello riguardante la presenza in ognuno di certe facoltà latenti esterne ed interne; ovvero anche di: telepatia, precognizioni, ciò che riguarda il mondo dei sogni, le guarigioni e tanto altro. Sono cose che sembrano esulare dai condizionamenti della materia e che però ci appartengono ed esistono da sempre; fanno parte di una dimensione del sovrasensibile al di fuori delle regole della materia grezza.
È proprio lì il problema, secondo alcuni, dovremmo vivere senza porci troppe domande, seguire lo schema di madre natura, come fanno tutte le creature del pianeta. Perché invece alcuni si sentono sollecitati continuamente verso una parte di noi stessi che non sembra appartenere alla vita terrena di questo mondo che, come ho già accennato tante volte, è feroce, regolata dalla dualità e soprattutto in cui occorre uccidere per vivere?
Senza un collegamento spirituale rivolto verso l’alto, verso la maggiore luminosità, il possibile risveglio di certe facoltà sembra che possa influenzare solo una piccola parte dell’esistenza; inoltre, queste possono essere veicolate anche verso il male, soprattutto su questa Terra, in cui vige la prepotenza, la distruzione e il caos istintivo è imperante.
Forse alcuni percorrendo una via iniziatica, potrebbero immaginare di suscitare, di allargare un’onda benefica verso moltissimi, creando un’eggregora mentale, animica, spirituale ma non dovrebbero mai dimenticare la necessità di liberarsi prima dei condizionamenti emotivi, passionali, legati alla fisicità materiale. Ci si dovrebbe liberare di un certo modo di pensare; ad esempio, di quello che non veda come vincente solo chi uccide, chi violenta, chi si droga, oppure coloro che vivono negli eccessi edonistici per essere considerati e ammirati. Sballo, prepotenza sono emblemi di una falsa libertà di poter fare ciò che si vuole; è solo il solito schema del predatore, in cui la vittima debole, perdente, è semplicemente da sottomettere.
Le conseguenze di vibrazione animica, liberata da incrostazioni contaminanti e armonica con una silenziosità mentale, potrebbe riportare uno nuovo schema nel fluire dei pensieri.
Potrebbe riprendere importanza l’eroe buono, il pensare, il parlare, l’agire fondato sulla correttezza, sull’onestà. Ciò favorirebbe il fiorire di esempi da seguire e contestualmente incentiverebbe la ricerca dell’eccellenza virtuosa in vari settori sociali, come: sport, cultura, creatività, ingegnosità, arte, musica, ecc. (Tutti per il bene comune).
Non pensiamo che la semplice messa in pratica di queste ipotesi possa svelarsi di facile attuazione. Nonostante gli auspici e le oggettive trasformazioni di personalità nel senso spirituale più elevato, la materia, la fisicità con tutti i suoi condizionamenti egoici continuerà ad esistere. Magari si vivrà in modo schizoide.
Per coloro che non ne sono convinti e magari si sentono un pochino “santi” mi permetto di raccontare un episodio forse divertente (oppure no) che mi è capitato guardando un servizio televisivo in cui veniva posta una domanda ai partecipanti: “Lei calpesta le formiche?”
La domanda all’apparenza sembrava sciocca e banale ma in effetti, racchiudeva molti interrogativi. Probabilmente si supporrebbe di poter rispondere di non volerle o non doverle calpestarle, di rispettare la natura e di lasciarle libere di vivere. Poi arrivava la seconda domanda: “ma se diventano migliaia e troppo invadenti?”
Ognuno potrebbe meditarci. Potrebbe anche scoprire di aver creato una maschera buonista di sé stesso ad uso e misura, sia di sé, che degli altri. Forse mutuata anche da un sapere preso a prestito da testi religiosi, filosofici, esoterici, ecc.
Ma alla fine che cosa farà realmente con le formiche quando probabilmente gli girano per casa? Sarà interessante per ognuno rispondersi in coscienza anche solo per constatare semplicemente come esista e sia forte un Io egoico predisposto alla difesa, al conflitto, ecc. Questo, sino a quando si abbia un corpo fisico e si viva nella materia. Spostandomi nuovamente nel nostro ambito iniziatico, sarà opportuno ricordare che ad una postulante nel nostro gabinetto delle riflessioni, vengono poste tre domande a cui deve rispondere: “cosa devo a Dio, a me stessa e all’umanità”. Forse l’intero percorso è racchiuso in questi tre quisiti. Infatti, prima di accedere a qualsiasi cosa, si ipotizza l’esistenza di altri piani esistenziali con cui confrontarsi. Contemporaneamente, si indica come sia molto importante la conoscenza di sé stessi, la necessità di capire quali siano le intime problematiche da risolvere, i traumi da cui non si può più sfuggire.
Infine, si rende ineludibile la necessità d’interazione con gli altri, con gli affetti, con la socialità. Così, osservando le due pietre e soprattutto la pietra grezza da lavorare e da trasformare, si dovrebbe intuire che possono rappresentare, tra varie ipotesi, le nostre imperfezioni animiche, le catene, gli ostacoli che limitano la nostra libertà e il contatto con il mondo sovrasensibile, raggiungibile, forse, solo dopo una progressiva cosciente e consapevole trasformazione della propria interiorità.
Il concetto riguardante la libertà di scelta, dovrebbe suggerirci la necessità di domandarci perché si sia scelto di voler iniziare un percorso e un’iniziazione per un percorso come il nostro. Quali sono veramente gli ostacoli e le paure che possono averci spinto a farlo? Abbiamo scelto veramente di voler migliorare? Eppure, alcuni mostrano ancora chiaramente che temono di perdere questa fasulla libertà intrisa di: vizi, passioni, schiavitù e amore per i sensi; si ha paura di perdere le proprie comode, rassicuranti catene, paura dell’ignoto, di non essere all’altezza di qualunque traguardo, di avere ancora troppi nodi da sciogliere, di non fidarsi, di dover fare rinunce, fatiche, di non essere più liberi di trasgredire (così come quando si affronta una dieta che si rimanda sempre al giorno dopo, oppure smettere di fumare, come nel celebre romanzo: La coscienza di Zeno). Ma se si crede all’esistenza di altri piani, senza dimenticare mai i quattro elementi che caratterizzano l’esistenza terrena e si è intrapreso il nostro sentiero, come si fa a non pensare che presto o tardi arriverà il tempo per un resoconto sui propri comportamenti. Per quanto tempo si può immaginare di poter bleffare, o cercare di fare sempre i furbi?
Credo che non si possa scappare all’infinito da sé stessi.

 

Isabella

L’articolo è contenuto nel numero di marzo 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

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Durante l’esistenza, forse anche più volte, è capitato a qualcuno di essere stato sfiorato dalla fine fisica. Attraverso varie circostanze fortuite, questa non si è poi realizzata e la vita ha continuato il suo percorso. Ad ogni modo, certi episodi fanno prendere in esame, in modo sempre più cosciente, la possibilità della morte e a chiedersi perché in alcune occasioni non sia avvenuta.

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