Ogni struttura iniziatica, anche se ispirata e collegata allo Spirito e alla Tradizione – immutabile nella sua essenza – rimane una costruzione umana: imperfetta, fatta di luci e ombre.
La sola struttura realmente efficace è quella interiore. È il Tempio dentro di noi, capace di connetterci, se preparati, alla fonte di Luce che desideriamo raggiungere.
I maestri terreni e i gradi rituali servono ad aprire i diaframmi metafisici, ad accompagnarci e a trasmettere quanto ricevuto. Ma l’ascesa è personale, lenta, rigorosa. Solo chi avrà formato in sé una vera mentalità tradizionale, fissando ciò che è stabile nel “colore purpureo” della trasformazione alchemica, potrà tentare il “passaggio oltre”.
In questo contesto emergono due forze complementari che permeano tutto il Rito: Virtus, la forza che scende dall’alto, e Fides, la forza che eleva dal basso.
Queste due correnti si incontrano nel cuore del Rito Sacrificale, che non è dolore, ma Verità: un’azione sottile che collega l’uomo a Dio, come in alto così in basso.
L’allegoria di Osiride (Asar) smembrato e di Iside (Aset) che lo ricompone rappresenta anche la frammentazione della coscienza umana e la possibilità di rigenerarla attraverso il rito, l’ascesi e la volontà.
Il percorso maschile e quello femminile, distinti ma equivalenti, costituiscono insieme il “corpus” completo della via egizia, operando entrambi per l’auspicabile reintegrazione dell’essere nei livelli spirituali originali.
Lo scopo ultimo del Rito è rigenerare l’asse interiore, ritrovare il centro spirituale e trasformare la personalità caotica in una personalità ordinata e verticale.
Ma questo non si può improvvisare. Richiede umiltà, prudenza, dedizione e una fede viva, capaci di condurre, nel tempo, verso la Luce.